Questo romanzo pubblicato nei primissimi anni del 900 è ispirato a una vicenda autobiografica, infatti Thomas Mann ha vissuto con la moglie malata di tubercolosi presso un sanatorio.
Nei primi anni del Novecento Hans Castorp, giovane ingegnere appena laureato e in procinto di essere assunto in un’azienda navale, si reca in visita al cugino Joachim che vive in un sanatorio sulle Alpi Svizzere per curare la tubercolosi.
Sembra strano e voler andare a trascorrere un periodo di villeggiatura in un sanatorio però, a quanto pare, in quei tempi i sanatori erano luoghi luoghi di villeggiatura che non sembravano assolutamente posti destinati alla cura dei malati.
L'intenzione di Hans è di passare tre settimane in compagnia del cugino ma, prima di ripartire dopo una leggera influenza, si scopre che il nostro Castorp ha anch’egli la tubercolosi e per curarsi rimarrà al Berghof sette anni.
Si ritroverà così a vivere lontano dal mondo reale, con cui perderà del tutto i contatti fino allo scoppio della prima guerra mondiale, con cui si chiude il libro. La guerra che irrompe come un tuono nella vita sempre identica del sanatorio per riportare il giovane, ormai fattosi uomo, nel mondo.
Quando Hans scopre di essere malato termina la villeggiatura ed è costretto a seguire uno stile di vita rigido. La sua massima rappresentazione è data dagli interminabili e continui pasti, dalle attività varie e sempre identiche il cui segreto sta "nell'abitudine a non abituarsi".
La giornata è scandita dalla sveglia, dalla colazione, poi la passeggiata seguita dal pranzo, poi la prima seduta al sole, la seduta medica, la visita del dottore, la cena seguita da una breve passeggiata e infine a letto.
Le giornate sono ognuna uguale all'altra ma questo non impedisce ad Hans di vivere la sua vita: continuerà a mangiare, a leggere, a dialogare con gli altri. Questa monotonia non gli impedirà di fare amicizia, di amare o odiare nonostante la morte sia una presenza che aleggia su tutti e prima o poi verrà a portarli via.
L'aria di questo romanzo è struggente, malinconica e resa pesante dai momenti filosofici che spesso mi hanno fatto venire voglia di mollare la lettura
Due dei personaggi più importanti sono Settembrini e Naphta. Il primo, un intellettuale italiano che esalta il progresso, il lavoro e l'ingegno umano. Il secondo, Naphta, è un gesuita di origine ebraica, che terminerà la sua vita con un duello contro Settembrini sparandosi un colpo alla tempia.
La vita è passata sempre identica a se stessa, e Hans sembra si stia spegnendo al Berghof. L'orologio che portava sempre addosso un giorno cade, si ferma e lui non lo fa neppure riparare. Non ha più bisogno di misurare il tempo, da molto aveva anche smesso di guardare il calendario. Poi, in piena estate, al compiersi del settimo anno dal suo arrivo sulla montagna, è la guerra a ridestarlo.
Nell'ultima scena del romanzo lo vediamo svanire, in mezzo alla terra fangosa e alle nuvole di fumo.
La montagna incantata ha un'aria rarefatta, nuvolosa in cui la rarefazione non è data solo dall'altitudine, dal luogo, dalle cime innevate con il tempo ballerino in cui può nevicare anche in un giorno d'agosto mentre il giorno dopo fa caldo ma è data anche dai personaggi del romanzo
Il messaggio è chiaro: si può morire per una patologia, per mano nostra o per una causa esterna, ma comunque si muore.